Abbigliamento sostenibile: intervista ai fondatori di SEAY - SOSEATY Collective

SEAY – SOSEATY Collective è una startup innovativa che commercia abbigliamento e accessori prodotti con tessuti certificati e plastica riciclata.

SEAY si prepara all’apertura della propria campagna equity crowdfunding dopo alcune settimane di pre-fundraising durante le quali ha già ricevuto un pre-commitment di oltre 70.000 €. La campagna sarà avviata a metà aprile con l’obiettivo di raccolta massima di 200.000 €.

Questo giovane brand di abbigliamento sostenibile è nato in Veneto, con un focus su costumi e accessori per amanti degli sport acquatici: non a caso vanta numerose collaborazioni con sportivi e surfisti italiani e stranieri. SEAY è anche un esempio virtuoso di startup per l’economia circolare e a impatto positivo dal punto di vista ambientale. Come tutte le startup e le PMI ospitate da LITA, ha tra le sue finalità esplicite la generazione di un impatto positivo misurabile, anzitutto in termini di plastica riciclata e riutilizzata per la produzione dei tessuti utilizzati per i prodotti a marchio SEAY – SOSEATY Collective.

L'impegno di SEAY per la sostenibilità 

Tra i suoi criteri di misurazione della sostenibilità, SEAY risponde a tre dei diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell'ONU: 
SDG n. 12: consumi e produzione responsabili;
SDG n. 14: ecosistema marino;
SDG n. 15: ecosistema e vita sulla terra. 

Il team ha programmato di raggiungere gli obiettivi prefissati in due modi principali. Anzitutto, attraverso la produzione: a un anno dalla raccolta fondi, si prevede l'utilizzo di una quantità di detriti plastici equivalenti a circa 180.000 bottiglie. Non di inferiore importanza gli eventi organizzati da SEAY, che già l'anno scorso ha coinvolto decine di persone in eventi di beach clean-up, cioè di pulizia delle spiagge. Il team prevede di raccogliere circa 3.000 kg di detriti a stagione per un totale di 16.000 kg. 

La parola ad Alberto Bressan e Simone Scodellaro, i due fondatori di SEAY, che ci hanno raccontato come è nata SEAY e che progetti hanno in cantiere.

"Se l'opportunità non bussa, costruisci una porta"

D. Com’è nata SEAY/SOSEATY Collective?
R. Seay nasce da una serie di circostanze tipiche degli intrecci della vita. Seguendo l’antico adagio “se l’opportunità non bussa, costruisci una porta” abbiamo deciso di costruire una porta alla quale bussare.
Il nostro team è composto da persone che hanno avuto la fortuna di incontrarsi durante i rispettivi percorsi professionali e, piacendosi, hanno deciso di abbracciare un percorso comune. Consideriamo il capitale umano fondamentale per la riuscita del nostro progetto e siamo sicuri di aver costruito un team solido, affiatato, motivato e rodato. A oggi, insieme a me e Alberto, lavorano al progetto Maurizio e Giulio (style), Elisabetta (sustainability & supply chain transparency) , Mirko (marketing & comunicazione), Laura e Stefano (sales) e Giacomo (web & comunicazione digital).

D. Come avete scelto il nome, SEAY – SOSEATY Collective?
R. Il progetto SOSEATY e il marchio SEAY sono nati nel 2019 da un’idea, quella di creare un collettivo che lavorasse insieme per un obiettivo comune.
SOS+SEA+SOCIETY= SOSEATY COLLECTIVE. La pronuncia di SOSEATY è la stessa della parola società in inglese (society): un insieme di individui dotati di diversi livelli di autonomia, relazione e organizzazione che, variamente aggregandosi, interagiscono al fine di perseguire uno o più obiettivi comuni. È con questa idea in testa che nel 2019 abbiamo fondato il progetto SOSEATY e creato il marchio SEAY. SOSEATY Collective e il suo marchio SEAY sono nati con il proposito di soddisfare una domanda crescente di capi di abbigliamento dalle comprovate caratteristiche ecologiche: infatti i nostri capi sono prodotti utilizzando tessuti rigenerati partendo dalla plastica post-consumo abbandonata in ambienti naturali incluso il mare. Però ci siamo presto accorti che focalizzare il nostro progetto sull’adozione di materiali rigenerati e sostenibili non sarebbe stato sufficiente. Per questo motivo abbiamo deciso di essere una realtà che presta la massima attenzione sia allo sviluppo delle collezioni sia a tutta la value chain, incluse la catena di approvvigionamento (a ridottissimo raggio), la modalità di spedizione dei capi (abbracciando un programma carbon neutral), l’utilizzo di packaging organico e compostabile (certificato TUV), lo sviluppo di mobili espositori in fibra di vetro riciclata e riciclabile a ridottissimo impatto ambientale.
Stiamo anche sviluppando un progetto, che si chiama RE3, per potenziare il modello circolare che abbiamo creato. 

D. In cosa consiste il progetto RE3?

La cosiddetta green-economy sarà in grado di imporsi come sistema economico realmente alternativo al sistema tradizionale solo nel momento in cui il prezzo dei nuovi prodotti sarà il medesimo di quello dei prodotti non-green ed è per questo che stiamo lavorando al progetto RE3 che ci porta a garantire una forte scontistica sull’acquisto di qualsiasi capo della nostra collezione a fronte del ritiro di un capo usato del cliente che viene dunque premiato con un incentivo economico.
I capi ritirati, a seconda delle loro caratteristiche di utilizzo, verranno ricondizionati e rivenduti (RE-sell) come capi vintage oppure donati ad associazioni caritatevoli e indossati (RE-use) senza essere inutilmente sprecati oppure rigenerati (RE-generate) diventando nuovo filato che sarà utilizzato per la produzione delle nostre collezioni future.
Grazie alle potenzialità tecnologiche offerte dalla blockchain chi ha consegnato un capo usato avrà la possibilità di sapere come è stato re-impiegato tale oggetto potendone tracciare l’evoluzione successiva alla consegna.
Un sistema economico chiuso che utilizzi fibre rigenerate partendo dai detriti plastici e dai capi dismessi dai precedenti proprietari e che garantisca una nuova vita ai capi ancora utilizzabili ed una ricompensa economica ai clienti che avranno la possibilità di vedersi definire possessori dell’oggetto acquistato e ceduto piuttosto che consumatori.

D. Avete entrambi maturato una lunga esperienza professionale nel settore moda. Esiste davvero la moda sostenibile? 
R. Ci sono tanti prodotti e linee, precedentemente comunicati in modo diverso, che oggi sono “green washed” per avere un appeal maggiore sul mercato. I marchi che stanno affrontando in modo serio e trasparente la tematica della moda sostenibile sono davvero pochi. Purtroppo, è molto complicato modificare un modello di business o la value chain per marchi di certe dimensioni e con una certa storia e quindi, per forza di cose, i new-comers ne risultano avvantaggiati (per dimensioni e agilità). Ci aspettiamo molta sostanza dai nuovi entranti e molte campagne di comunicazione dai grandi player tradizionali.

Moda sostenibile e consumatori 

D. In base alla vostra esperienza, i consumatori quanto sono disposti a pagare di più per prodotti sostenibili e certificati tali?
R. Bisogna distinguere tra trade e consumatori finali. In un momento storico non semplicissimo per i negozianti è psicologicamente complicato rischiare l’inserimento di un marchio nuovo con prezzo medio o medio-alto, mentre per i consumatori un prezzo “premium” è ben accetto per accedere a prodotti con determinate caratteristiche ecologiche. Crediamo sia importante che i negozianti capiscano quanto prima che è fondamentale che loro propongano marchi di ricerca non distribuiti in maniera massificata.

I global brands sono reperibili ovunque, dal negozio specializzato, alla grande catena all’universo degli e-commerce. Un cliente che entra in un negozio e trova i soliti 3 brand internazionali nel negozio fisico prova solo la taglia e poi acquista on-line dove in genere ha uno sconto maggiore. Il negoziante che ha intenzione di rimanere in salute sul mercato dovrebbe valutare l’importante di proporre brand di ricerca, le cui caratteristiche possono essere spiegate al consumatore che non trova ovunque il prodotto che il negoziante ha deciso di esporre e offrire per il suo più alto valore, garantendosi una certa libertà dalla sudditanza a scontistiche e rotazioni imposte dalle piattaforme di e-commerce.

D. Dal vostro punto di vista, i testimonial, gli ambassador e gli influencer possono cambiare la percezione della sostenibilità e aumentare la consapevolezza dei consumatori?
R. Il mondo degli influencer è molto complicato. Ragazzi/e con centinaia di migliaia di followers che però non sempre riescono a gestire la popolarità senza scivolare in titoloni sui giornali per qualche infelice dichiarazione che rischia di compromettere la reputazione dei marchi che a loro si affidano. Crediamo molto di più negli ambassador (pochi e selezionati con attenzione per attinenza ai valori dell’azienda) e ai micro-influencer che hanno molto più presa all’interno dei loro gruppi di appartenenza e che, a fronte di un passo falso, non compromettono reputazione e immagine del brand.

D. Come lavorate insieme ai vostri testimonial?
R. Abbiamo 4 ambassador che sposano in pieno i valori del nostro marchio: lay-down living by the water, amanti del sale sulla pelle, attentissimi all’ambiente e che abbiano voglia di prestarsi per eventi che sensibilizzino i consumatori su tematiche ambientali.

Li invitiamo a partecipare alle giornate ecologiche che organizziamo, partecipano alle nostre feste prestandosi ad insegnare agli altri ospiti quello in cui sono più bravi (ad esempio organizziamo brevi corsi di avviamento al surf).


"To know and not to do is not to know" (Wang Yang Ming)

D. Stiamo piano piano prendendo coscienza della crisi ambientale e dei danni dell'inquinamento da plastica. Ma quanti ne sono davvero consapevoli?
R. Sempre più persone anche se la geografia fa ancora la differenza. Abbiamo infatti notato come cambi in modo radicale la percezione del problema a seconda che ci si rivolga ad una regione piuttosto che ad un’altra. Diciamo che ci sono aree geografiche dove ormai l’attenzione e la sensibilità è massima e aree dove il problema non è ancora minimamente considerato come tale.

D. Ci parlate del ruolo di UPS per la sostenibilità di SEAY? 
R. UPS è un partner importante. Stiamo lavorando con loro alla costruzione di un modello logistico che ci permetta di perfezionare il nostro flusso logistico per ridurre al minimo le movimentazioni non necessarie. Molti brand sul mercato adottano tessuti riciclati ma è inutile adottare materiali ecosostenibili se poi i capi sono prodotti in Asia e viaggiano per mezzo mondo prima di essere consegnati ai clienti. Facciamo sempre un esempio di come funzionava il flusso in una delle realtà precedenti in cui abbiamo lavorato. I capi venivano prodotti in Asia, spediti in Olanda dove c’era l’hub logistico, poi rispediti in Asia ai negozi retail di proprietà per essere esposti. Gli invenduti di fine stagione venivano rimandati in Olanda per essere poi rispediti agli outlet asiatici. Parliamo quindi di 5 tratte Europa/Asia per vendere una t-shirt. Ecco perché abbiamo deciso di avvalerci di fornitori distanti meno di 300km dalla nostra sede, di spedire in modalità carbon-neutral grazie alle opzioni messe a disposizione da UPS, e di adottare packaging riciclato o organico e compostabile. 

D. Se foste su un palco davanti ad altri 100 imprenditori, quale consiglio dareste loro?
R. Individuate un business model vincente, ricordando che la strada in discesa non porta mai in cima alla montagna.

D. Di recente stare raccogliendo alcune importanti soddisfazioni.
R. Sì, è vero. Molte cose bollono in pentola e stiamo ricevendo risposte positive da più parti.
Il nostro brand è stato oggetto di studio in materia di innovazione per gli studenti di una business school canadese, all’HEC Montreal. È bello vedere l’entusiasmo con il quale il progetto viene accolto ogni qualvolta venga raccontato. Non importa il blasone dell’interlocutore, l’importante è che diventi un sistema alla portata di tutti, un po’ come diceva il buon vecchio Henry Ford: “c’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”.

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