Caporalato: analisi di un fenomeno socio-economico insostenibile

Il Piano 2020-2022 approvato a fine febbraio, per la prevenzione e il contrasto del caporalato, costituisce un ulteriore passo in avanti nel lungo percorso di lotta allo sfruttamento dei lavoratori nei campi, iniziato con le proteste dei braccianti agricoli di Nardò (luglio 2011), che portarono all’accensione dei riflettori mediatici sulla situazione e, in seguito, all’apertura di una inchiesta giudiziaria terminata con condanne a numerosi caporali. Una lotta alle condizioni dei lavoratori stagionali in agricoltura, sia italiani sia provenienti da Paesi europei ed extra-europei, particolarmente soggetti a condizioni di lavoro estremamente precarie, quando non di vero e proprio sfruttamento.

Un fenomeno sociale ed economico 

Da un punto di vista strettamente giuridico, il caporalato è l'intermediazione illegale e lo sfruttamento lavorativo, fenomeno prevalente in agricoltura ma rilevabile anche in altri settori, come l'edilizia, la ristorazione e l’hotellerie.

Concretamente, corrisponde a tutti quei casi in cui i caporali fungono da tramite tra gli imprenditori e i lavoratori stessi. Non si tratta di semplici reati: il caporalato è un fenomeno sociale ed economico che, in agricoltura, ha un impatto non soltanto sui lavoratori vittime di sfruttamento, ma sulla grande distribuzione organizzata, sulle aziende agricole (datori di lavoro) e sugli stessi consumatori.

Il fenomeno del caporalato in agricoltura

Il settore agroalimentare è il maggiormente colpito, poiché qui i rapporti di lavoro sono “flessibili”, instabili, precari, brevi e soggetti alle stagionalità delle colture. In questo contesto, avvengono non soltanto violazioni del diritto del lavoro, ma vere e proprie violazioni dei diritti umani: si va dal lavoro grigio (totale o parziale assenza di dichiarazione all’INPS di rapporti di lavoro) allo sfruttamento e alla tratta di esseri umani. Spesso, le vittime di queste violazioni sono lavoratori migranti, irregolarmente presenti in Italia o con visti e permessi di soggiorno che non consentono attività lavorativa e quindi maggiormente inclini ad accettare condizioni di lavoro precarie, proprie della cosiddetta economia sommersa.

Dalle numerose inchieste e testimonianze raccolte negli ultimi anni, sia dagli inquirenti che dagli operatori sanitari e legali delle associazioni che offrono assistenza ai lavoratori (Medici per i Diritti Umani, Emergency, Avvocato di Strada e NoCap, per citarne alcune), emerge un triste sistema molto ben organizzato, in cui il lavoratore sta alle dipendenze del caporale, che dirige tutti gli aspetti della vita del bracciante. A titolo di esempio, dalla propria paga giornaliera (di 15/20 euro per 10-12 ore lavorative) il lavoratore deve dedurre i costi di acqua, cibo, trasporto dal ghetto al campo, indumenti, coperte. Esempi di situazioni estreme, ma reali, che avvengono quotidianamente in molti campi agricoli di tutta Italia.

Altri esempi, di ordinaria anormalità, di situazioni irregolari che non raggiungono l’apice della barbarie, sono rappresentati da contratti parzialmente dichiarati (c.d. lavoro grigio), da persone che lavorano senza alcun contratto, “a chiamata”, alla giornata, pagate in nero perché qualcuno la terra la deve lavorare, ma non ci sono i soldi per assumere regolarmente lavoratori. Questo, soprattutto a causa della stagionalità delle colture, che non facilita la stabilizzazione dei rapporti di lavoro.

Per questo sono necessarie le azioni delle istituzioni, dei sindacati e del terzo settore. E ben venga il Piano triennale, se garantisce maggiori controlli e dà incentivi, anche economici , alle imprese agricole, perché certifichino la regolarità dei rapporti di lavoro dei braccianti che lavorano i campi e raccolgono i prodotti che saranno, poi, trasformati e venduti.

Ci sono aziende che, grazie ad incentivi e misure di natura economica, eviterebbero di ricorrere a manodopera irregolarmente assunta e ad operai agricoli pagati in nero, perché se alcuni approfittano della situazione per tagliare costi fissi e risparmiare sulla pelle dei lavoratori, altri sono costretti, invece, a ricorrere a braccianti a giornata unicamente perché non potrebbero sostenere i costi di un dipendente assunto regolarmente. Per queste aziende, al di là di vigilanza e controlli, è necessario un supporto di tipo finanziario, per permettere loro di uscire dall'irregolarità.

I numeri del caporalato in agricoltura in Italia

Per dare una dimensione al fenomeno, possiamo citare il IV Rapporto dell'Osservatorio Placido Rizzotto della FLAI-CGIL, di giugno 2018 , che riporta come siano tra i 400 e i 430 mila i lavoratori stranieri esposti al rischio di impiego irregolare. Di questi, ben 130 mila sono in condizione di grave vulnerabilità. Inoltre, il tasso di irregolarità dei rapporti di lavoro in agricoltura è pari al 39%.

Per dare un’altra indicazione della vastità del fenomeno, basti riportare che l’economia sommersa di gestione della domanda e dell’offerta di manodopera nel settore agroalimentare risulta di oltre 5 miliardi di euro, che sarebbero in mano ad infiltrazioni mafiose, e questo soltanto nel settore agricolo (Rapporto FLAI-CGIL). Si tratta ovviamente, dei soli dati ufficiali, che non possono tenere conto di quanto avviene fuori dai radar. 

“Non esistono filiere sporche”

Il Ministro Bellanova, alla presentazione del Piano, ha commentato che non esistono filiere sporche. Non si può tuttavia ignorare che la filiera agroalimentare italiana necessiti un aiuto per depurarsi dagli esempi non virtuosi di gestione della manodopera. 

Nella filiera agroalimentare, il non rispetto dei diritti dei lavoratori e il continuo ricorrere a manodopera impiegata irregolarmente trova le sue radici economiche nella costante pressione del mercato sui prezzi dei prodotti, a cui corrisponde uno sfruttamento intensivo di terreni e, a fortiori, di lavoratori. Ammonta, infatti, a 30mila il numero di aziende che ricorrono all'intermediazione tramite caporale, circa il 25% del totale delle aziende del territorio nazionale che impiegano manodopera dipendente. Spesso si tratta di piccole aziende agricole che, per sopravvivere alla competizione, preferiscono bilanciare il peso di aste al ribasso e di prezzi stabiliti dall'alto della filiera, facendo pagare la differenza ai lavoratori, sulla loro pelle. 

È proprio in questi casi che un incentivo economico potrebbe fare la differenza tra un’azienda virtuosa e una che invece si approfitta di soggetti vulnerabili in stato di bisogno, pronti a tollerare tutto pur di lavorare e sopravvivere.

Filiera corta, certificata, etica: gli esempi virtuosi esistono  

Tuttavia, ci sono aziende che si rifiutano di arrivare a tali compromessi, che lottano contro la crisi del settore agricolo e contro i “colossi internazionali”, portando avanti progetti di filiera corta, certificata, etica e permettendo ai lavoratori di avere contratti regolari e condizioni di lavoro dignitose. 

Spesso sono progetti portati avanti dalle stesse associazioni che difendono i diritti dei braccianti, come NOCAP che – da organizzazione in difesa dei lavoratori (presieduta da Yvan Sagnet) – è diventata promotrice di Iamme, “una linea di prodotti etici coltivati e raccolti nel rispetto dei diritti dei lavoratori”. 

Sfruttazero, iniziativa di FuoriMercato, promuove una “filiera pulita del pomodoro dalla semina alla trasformazione” e ha utilizzato il crowdfunding per coinvolgere la comunità nelle prime fasi di sviluppo del progetto. 

Humus Jobs è un altro esempio di azienda che promuove buone pratiche nell'assunzione di manodopera in agricoltura. Il team di Humus garantisce un incontro regolare tra domanda e offerta di lavoro, attraverso una piattaforma di job matching; offre formazione ai lavoratori e supporto ai datori di lavoro, che saranno incentivati a ricorrere a manodopera regolare grazie ai contratti di rete, attraverso i quali più datori di lavoro si uniscono e condividono i costi di assunzione dei dipendenti

Anche il team di Humus, come Sfruttazero qualche anno fa, ha deciso di ricorrere a una campagna crowdfunding, facendo appello a chiunque voglia condividere il progetto imprenditoriale ad investire nel proprio capitale: non donazioni, ma investimenti. Un modo diverso, innovativo, di promuovere la partecipazione di ognuno di noi ad un progetto imprenditoriale che vuole permettere ai lavoratori di uscire dalla spirale di lavoro nero e sfruttamento e di avere condizioni di lavoro dignitose.

L'appello del Ministro ai consumatori 

Tante sono le iniziative di riscatto, i progetti associativi, cooperativi e imprenditoriali per ridare dignità ai lavoratori, certificare la filiera e azzerare il numero di braccianti soggetti a sfruttamento. 

Un ruolo decisivo nella promozione di un lavoro agricolo regolare e di qualità, è riservato anche a noi consumatori: la Ministra Teresa Bellanova, nel commentare l’approvazione del piano triennale, ha affermato come anche «il consumatore deve aiutarci a spezzare la catena dello sfruttamento, perché se un prodotto viene venduto sotto il costo di produzione, c'è qualcuno che quel costo lo paga». E sulle filiere agricole, continua la Ministra Bellanova, «stiamo lavorando a rafforzare le norme per filiere più giuste a partire dalla lotta alle pratiche sleali di mercato»

Noi di LITA, non possiamo che promuovere lo sviluppo di aziende agricole sostenibili dal punto di vista economico, sociale e ambientale, per garantire la qualità dei prodotti e assicurare condizioni di lavoro dignitose ai lavoratori

Gli appuntamenti di febbraio

Febbraio è stato un mese ricco di appuntamenti dedicati al contrasto al caporalato. 
Il 18 febbraio, due giorni prima dell’approvazione del Piano triennale, è stato presentato il progetto “Lavoro stagionale - dignità e legalità”, promosso da Osservatorio Agromafie, Anci e Coldiretti, e volto a “contrastare le forme di illegalità nel lavoro stagionale in agricoltura”. La proposta mira ad avere contezza delle necessità di manodopera in agricoltura, prevedendo collegamenti tra i vari datori di lavoro per le richieste di prestazioni lavorative, in modo tale da permettere al lavoratore una “continuità del rapporto lavorativo”. Lo stesso approccio adottato da Humus Jobs, nella previsione di contratti di rete tra le imprese agricole.

Terzo appuntamento, il 25 febbraio, presso la Camera dei Deputati, una conferenza stampa di presentazione del progetto Good Land realizzato con No Cap, associazione che si batte contro il caporalato nelle campagne italiane, occasione in cui le due realtà hanno portato sui tavoli di lavoro i barattoli Iamme, salsa di pomodoro buona, dalla raccolta, alla cottura

Tutti appuntamenti ed eventi in cui le imprese e le associazioni del Terzo settore dimostrano il loro impegno per collaborare, al fianco delle istituzioni, alla lotta al lavoro nero e grigio in agricoltura.

Iniziative come quella di NOCAP, Sfruttazero e Humus, sono strumenti necessari in mano al consumatore e al datore di lavoro, per uscire dal circolo vizioso dell’irregolarità e creare, invece, nuovi circoli virtuosi, in cui, da un lato, l’impresa agricola ricorre a manodopera regolarmente impiegata, dall'altro, le istituzioni continuano a promuovere controlli sulla filiera. Con questi strumenti, il consumatore potrà finalmente decidere, consapevolmente, di premiare esempi di produzione etica e da filiera certificata, portando in tavola prodotti che non avranno il retrogusto amaro dello sfruttamento e della sofferenza di chi li ha raccolti.

Consigli di lettura per approfondire: 

Y. Sagnet, L. Palmisano, Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento, Fandango Editore, 2014.

AAVV, Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti agricoli, Derive Approdi (ed), Collana Samizdad, 2012.

Leggi anche: 

Piano triennale 2020-2022 di contrasto al caporalato

Intervista al team di Humus: la startup piemontese che vuole sconfiggere il caporalato

Questo sito utilizza cookie propri e di terze parti per offrirti un'esperienza utente eccezionale, misurare il pubblico e mostrarti annunci personalizzati. Usando LITA.co accetti il nostro uso dei cookie.