Com’è nato il sogno di Humus: la manodopera condivisa che ridona dignità al lavoro

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Ci piace iniziare questa intervista ricordando l’incipit del primo articolo della Costituzione italiana, insieme ai fondatori di Humus. I padri costituenti lo scrissero nel 1947, a metà del Novecento – secolo in cui la migrazione di italiani all’estero fu altissima (si stima che, tra la fine dell’Ottocento e gli anni Ottanta del secolo scorso, emigrarono circa 29.036.000 italiani). 
Negli anni del consumismo e delle crisi, delle rivoluzioni 4.0, ci si è forse dimenticati degli stereotipi e delle difficoltà contro i quali i nostri connazionali del secolo scorso si scontrarono nei paesi in cui emigravano.

Il lavoro è fondamentale per l’inclusione dei migranti. Lo fu allora per gli italiani emigrati all’estero. Lo è oggi, per i migranti che arrivano in Italia o in altri paesi europei con le stesse speranze di una vita migliore. Le cause della migrazione possono essere diverse, ma la motivazione di chi migra rimane sempre la stessa: la speranza di una vita migliore. 
Lo sanno bene Elena e Claudio, che – prima di essere imprenditori sociali – hanno lavorato in progetti di accoglienza e inclusione di migranti, rispettivamente come psicologa e antropologo.

A marzo hanno fondato Humus, il primo servizio di Job Sharing Agricolo che vuole eliminare il lavoro nero, dopo aver collaborato insieme in alcuni progetti di integrazione per la quale hanno potuto osservare coi propri occhi quanto importante fosse il fattore lavoro.

Perché il lavoro è importante?

Il lavoro permette la sussistenza materiale, ma ha anche un valore simbolico e sociale importante. Permette di apprendere la lingua, la cultura, le abitudini e le regole implicite del paese ospitante. Il lavoro – continua Elena – rafforza l’autostima perché consente l’autodeterminazione, amplia la possibilità di scelta individuale, facilita la creazione di legami e di una rete all’interno della comunità in cui ci si ritrova a vivere.

Com'è nata l'idea di Humus?

Humus è nata dal nostro incontro e coinvolgimento in un progetto di inclusione lavorativa in Valle Grana. Era il 2016, eravamo stati chiamati per ricucire la frattura di una piccola comunità montana del cuneese che si era creata con l’arrivo di una ventina di richiedenti asilo. 
Da una parte chi era favorevole all’accoglienza, dall’altra chi invece vedeva nei migranti soltanto una minaccia. E in mezzo, l’amministrazione comunale e noi.

Ci siamo chiesti cosa potesse unire i migranti e i locali, cosa avrebbe permesso una reale integrazione tra le due parti. Abbiamo scelto di puntare sul lavoro. Il lavoro come punto di partenza per costruire un dialogo, uno scambio, la conoscenza.

C’erano alcune aziende agricole interessate a creare occupazione virtuosa e valorizzazione del territorio. Abbiamo fatto dialogare le due realtà, quella sociale e quella agricola, e da questo scambio hanno preso vita un corso di formazione in agricoltura e una rete di aziende che potesse rendere sostenibile economicamente l’assunzione regolare di migranti.

Il lavoro è fondamentale per l’inclusione dei migranti: permette la sussistenza materiale, ma ha anche un valore simbolico e sociale importante. Il lavoro permette di apprendere la lingua, la cultura, le abitudini e le regole implicite del paese ospitante. Il lavoro rafforza l’autostima perché consente l’autodeterminazione, amplia la possibilità di scelta individuale, facilita la creazione di legami e di una rete all’interno della comunità in cui ci si ritrova a vivere.

È stato facile realizzare quella che sarebbe stata la prima sperimentazione del progetto?

Far incontrare persone del posto, di una piccola comunità, e persone estranee, organizzando occasioni lavorative è anche più complesso di quel che si potrebbe immaginare. 
Da subito ci siamo resi conto che, per costruire un contesto lavorativo dignitoso per i migranti, non potevamo ignorare le istanze delle aziende, in prevalenza agricole, del territorio in cui ci stavamo sperimentando. Dovevamo dialogare con loro e creare una collaborazione di valore per tutti i soggetti coinvolti e una forte intesa.

Ascoltare i bisogni di tutti gli attori coinvolti è stato fondamentale

Ci sono aziende che cavalcano l’irregolarità, che non s’interessano al benessere dei propri lavoratori, che lucrano sulla pelle dei migranti e, dove non ci sono controlli, sguazzano. Ma molte aziende, al contrario, vogliono costruire un’alternativa a tutto questo, credono nel lavoro regolare, nella sostenibilità a 360°.

E noi abbiamo deciso di partire da queste aziende, ci siamo messi in ascolto, ci siamo seduti con loro per ore e ore, per mesi, intorno a un tavolo per costruire insieme un modello virtuoso.

Chi vuole creare lavoro sostenibile, regolare ed etico, però, ha bisogno di supporto perché spesso le piccole e medie aziende non riescono a sostenere economicamente i modelli virtuosi di produzione agricola e di assunzione regolare.

Perché le piccole aziende agricole hanno bisogno di supporto nella loro gestione responsabile di produzione e manodopera?

Non si tratta soltanto di un problema di costi, tasse e burocrazia ma anche di cultura. I consumatori sono spesso i primi a non sostenere modelli virtuosi di produzione: fino a che si preferiranno le zucchine a 0,99€/kg, il sistema consolidato del lavoro grigio e nero sarà alimentato. Finché il consumatore non comincerà a sentirsi responsabile almeno quanto l'imprenditore agricolo, non ci sarà cambiamento.

Caporale è anche il carrello del supermercato zeppo di prodotti sottocosto, le aste al ribasso della grande distribuzione, il consumatore che tutti i giorni ha la possibilità di scegliere ma non lo fa.

Ed è così che è nato Humus: dallo scambio, da serate passate a discutere, riflettere, immaginare un mondo migliore e arrabbiarci per ciò che al contrario non funziona ma continuando a credere che si possa cambiare.

Caporale è anche il carrello del supermercato zeppo di prodotti sottocosto, le aste al ribasso della grande distribuzione, il consumatore che tutti i giorni ha la possibilità (anche economica) di scegliere ma non lo fa.

Che strumenti abbiamo per risolvere il problema della manodopera irregolare e delle produzioni agricole non socialmente responsabili?

Da un lato bisogna lavorare per creare condizioni di lavoro dignitose per i lavoratori, creando strumenti per le aziende perché non debbano ricorrere alla irregolarità delle assunzioni o, quelli che sono in cattiva fede, non possano più nascondersi dietro facili alibi. E infine creare cultura, generare modelli virtuosi ed esportabili che arrivino fino al consumatore finale, lo sensibilizzino e responsabilizzino, conducendolo a un consumo critico ed etico.

Le vostre prime sperimentazioni sono partite anche attraverso la creazione dei primi contratti di rete. In cosa consistono?

Con le aziende della Valle Grana abbiamo creato un corso di formazione in agricoltura destinato a migranti e locali, condotto dalle aziende stesse e focalizzato sulle esigenze di quelle coinvolte. Questo incentiva le assunzioni perché crea relazione diretta tra lavoratore e azienda, genera conoscenza e fiducia, e le aziende necessitano di manodopera formata.

Cosa rende sostenibile la regolarità delle assunzioni?

L’idea è nata durante i numerosi incontri con queste 22 aziende della Valle. Il contratto di rete, che loro stavano cercando di formalizzare e che permette la condivisione - regolare - di mezzi di trasformazione, di attrezzi, di progetti, permette anche la condivisione della manodopera. 

Ecco dunque la soluzione: il Job Sharing, ossia condividere la manodopera in maniera regolare.

Partecipando a una rete di aziende si abbattono i costi fissi e si possono dividere quelli altrimenti impegnativi per aziende di piccole e medie dimensioni.

Si può assumere regolarmente la manodopera soltanto per le ore strettamente necessarie condividendo i costi fissi e, a fine mese, pagando la manodopera in percentuale per le ore effettivamente lavorate in ciascuna azienda. La condivisione aumenta dunque la sostenibilità economica delle singole aziende favorendo la crescita delle stesse e dell’economia locale. 

Anche il lavoratore ne ha beneficio: inserito in una rete di aziende di settori di produzione diversi e colture differenti, ha maggiori opportunità di un impiego condiviso e dunque di una continuità contrattuale maggiore, possibile grazie alle differenti stagionalità delle aziende in rete.

L’assunzione economicamente sostenibile per l’azienda si traduce in contratti regolari e più lunghi che garantiscono una maggiore stabilità economica e un aumento in termini di miglioramento della qualità della vita. Impatto economico sull'impresa agricola e impatto sociale sia sul migrante, sia sugli agricoltori, sia sulla comunità

L’idea è piaciuta e ha mostrato da subito il suo grande potenziale. A giugno 2018 abbiamo vinto il premio GrandUp! di Fondazione CRC e SocialeFare. Siamo stati selezionati, tra 8 Startup, per accedere a un percorso di accelerazione a Torino, sotto la guida di SocialFare. Quattro mesi intensi a lavorare su marketing, comunicazione, financial, business model, per rendere sempre più strutturata, funzionale ed esportabile la nostra idea.

Abbiamo lavorato sodo sia nel percorso di accelerazione sia sui territori perché il cuore pulsante di Humus è proprio questo: stare in "campo", metterci in ascolto delle esigenze di aziende e lavoratori, contrastare il lavoro grigio e nero. E per fare questo, dopo una prima sperimentazione in Valle Grana (CN), abbiamo contattato altri territori, abbiamo conosciuto aziende agricole desiderose di mettersi in rete e promuovere un’idea di lavoro agricolo regolare, etico e sostenibile. Abbiamo girato per i centri di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati per presentare il nostro servizio e per profilare la manodopera. Abbiamo formalizzato i primi match, incontrato le aziende e portato avanti un secondo contratto di rete nella zona di Savigliano.

E adesso?

L’idea di Humus piace, siamo stati contattati da realtà di altri territori e abbiamo iniziato a creare discorsi comuni con Torino, Milano, Bologna, l’Umbria, la Toscana. Lavoriamo per incrementare la piattaforma digitale per il matching etico e le collaborazioni tra imprese - i contratti di rete - ma lavoriamo anche per creare una cultura di lavoro agricolo sostenibile, regolare ed etico tra le aziende e i consumatori, cultura senza la quale alcuni cambiamenti non sarebbero possibili, un pensiero e azioni divergenti possibili solo se ci si impegna tutti in questa direzione di cambiamento, lavoratori, aziende e consumatori.

E ovviamente ci prepariamo alla campagna crowdfunding su LITA.co 😉

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